Esiste in natura un fenomeno affascinante, studiato con scarso successo dalla scienza e ignorato con grande successo da chi ne è protagonista: la stupidità rumorosa. A differenza della stupidità silenziosa, forma antica e tutto sommato dignitosa, questa variante evoluta ha bisogno di pubblico, di condivisioni, di un like che le dica che esiste.
L'esemplare si riconosce facilmente sul campo. Legge un titolo. Solo il titolo, si badi bene il testo è un dettaglio architettonico, come il campanile di un paese che nessuno visita. Dopodiché condivide, commenta, e se necessario litiga. Il tutto in meno tempo di quanto ci voglia a lavarsi le mani, operazione che, per inciso, molti hanno imparato a fare solo durante una pandemia globale.
Ma non bisogna essere severi. L'esemplare non mente, almeno non intenzionalmente. Crede davvero a quello che dice. Ed è proprio questo il dettaglio più inquietante del fenomeno: la stupidità rumorosa non si accompagna mai al dubbio. Il dubbio è roba da deboli, da indecisi, da gente che "legge troppo". Socrate dubitava di tutto, faceva domande, metteva in discussione persino se stesso. Lo condannarono a morte. Oggi gli avrebbero semplicemente tolto la spunta blu.
Cè una parola italiana bellissima, caduta in disuso come tutte le cose utili: vanvera. Viene dal veneziano, e indica qualcosa di inconsistente, aria che si spaccia per sostanza. Parlare a vanvera significa riempire lo spazio sonoro senza aggiungere nulla al mondo, come un ventilatore rotto che gira ma non rinfresca. È probabile che a questo punto qualcuno si stia chiedendo cosa diavolo sia la vanvera, se un'erba aromatica, un aggeggio medievale, o forse un comune dell'alto Ticino. La risposta è: nessuna delle tre, ma il fatto di non saperlo e di continuare a leggere senza cercarlo è, involontariamente, la dimostrazione più precisa di tutto quello che stiamo dicendo. I social network, comunque, hanno dato alla vanvera quello che non aveva mai avuto: un'audience, una piattaforma, e una funzione di ricerca che nessuno usa per cercare la vanvera.
Il filosofo Dunning e lo psicologo Kruger, che suonano come un duo comico ma erano ricercatori seri, descrissero questo meccanismo con precisione clinica: chi sa poco tende a sopravvalutare enormemente le proprie competenze, mentre chi sa molto tende a dubitare delle proprie. Il risultato pratico è che oggi l'ignorante medio ha quarantamila follower e un podcast, mentre l'esperto aggiorna il suo profilo LinkedIn ogni sei mesi sperando che qualcuno lo noti. Non è colpa di nessuno, naturalmente. L'algoritmo preferisce la certezza al dubbio, la rabbia alla riflessione, il titolo urlato all'analisi sommessa. Ha imparato a nutrire l'esemplare con quello che vuole sentirsi dire, costruendo intorno a lui un ecosistema perfetto: un acquario dove ogni pesce è convinto di essere una balena. L'osservatore esperto impara a riconoscere i segnali. La frase "l'ho letto su internet" usata come argomento definitivo. Il "tutti sanno che" che precede qualcosa che nessuno ha mai verificato. Il "me l'ha detto uno che se ne intende" dove "uno che se ne intende" è un cugino con opinioni forti e una connessione WiFi stabile.
Socrate diceva di sapere di non sapere. Era considerato il più saggio di Atene. Oggi verrebbe sommerso di risposte non richieste sotto ogni suo post, accusato di essere "radical chic" e probabilmente bannato da almeno tre gruppi Facebook. La saggezza, si sa, non fa algoritmo.
Chi scrive queste righe, dopo anni di osservazione sul campo, ha ritenuto opportuno raccogliere alcune riflessioni in un volume dal titolo provvisoriamente ottimista: Homo Digitalis, presto disponibile su Amazon, perché ovviamente il posto più adatto per ragionare sulla dipendenza digitale è una piattaforma digitale a cui siete già iscritti e che conosce le vostre abitudini d'acquisto meglio di quanto le conosciate voi. La coerenza è sopravvalutata. Socrate almeno aveva la cicuta*... noi abbiamo la spedizione in 24 ore.
*La cicuta è un veleno con cui Socrate fu costretto a togliersi la vita nel 399 a.C., condannato per aver fatto troppe domande. Avvertenza: fare troppe domande è ancora sconsigliato in molti contesti, inclusi i gruppi WhatsApp.
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