Esistere è sopravvivere a scelte ingiuste

Erano le undici di sera, stavo guardando una serie tv come fanno le persone moderne che non riescono più a leggere un libro dopo cena, e a un certo punto un personaggio (un personaggio di finzione, pagato da una piattaforma di streaming per sembrare profondo)  ha detto una cosa che mi ha fatto mettere in pausa. 

"Esistere è sopravvivere a scelte ingiuste"

Ora, il fatto che le verità più lucide sull'esistenza umana ce le consegnino gli sceneggiatori alle undici di sera, mentre Platone raccoglie polvere su uno scaffale che abbiamo comprato per sembrare intelligenti, dice già qualcosa di abbastanza preciso sulla direzione che stiamo prendendo come specie. Ma lasciamo perdere questo per un momento, perché la frase in sé merita attenzione.

Quasi tutto quello che siamo è il risultato di scelte che non abbiamo fatto. Nasciamo in un tempo, in un luogo, in un corpo, dentro una rete di relazioni che altri hanno deciso o che il caso ha disposto con quella sua elegante indifferenza. I nostri genitori hanno scelto (o non scelto) di metterci al mondo. Lo Stato ha scelto cosa insegnarci e come. Il mercato ha stabilito il valore della nostra passione. E prima ancora che potessimo articolare un pensiero coerente, eravamo già immersi in un campo di gioco le cui regole non avevamo negoziato.

Questa ingiustizia non è soltanto una questione sociale o economica...è più fondamentale: è ontologica*. Alcuni nascono con condizioni che facilitano il fiorire della propria esistenza; altri ereditano un carico di limitazioni che sembra distribuito da qualcuno che odia fare il proprio lavoro. E la cosa davvero crudele non è la diseguaglianza in sé, ma che non esiste nessun ufficio reclami. Nessuno a cui mandare una lettera firmata.

A meno che, naturalmente, non si voglia seguire Rudolf Steiner. Nel pensiero steineriano l'anima sceglie i propri genitori prima di incarnarsi: le condizioni in cui arriviamo al mondo non sarebbero casuali né subite, ma scelte dall'anima stessa in funzione del proprio percorso evolutivo. Il che significa che da qualche parte, prima di essere qui, avremmo detto di sì a tutto questo. Al corpo, alla famiglia, al contesto, al carico. Se Steiner ha ragione, allora l'ufficio reclami esiste... ma l'unico a cui possiamo scrivere siamo noi stessi, in una versione che non ricordiamo più.

Eppure il punto che quella frase ha centrato meglio di molti libri è che sopravvivere a scelte ingiuste non è un atto minore. Non è la versione dimessa dell'esistere, il piano B di chi non ha avuto accesso al piano A. È, in qualche modo, l'essenza stessa del vivere umano. Ogni mattina che uno si alza sapendo che buona parte del proprio carico è ereditato, immeritato, casuale, e va avanti lo stesso, sta compiendo qualcosa che non ha un nome filosofico elegante ma che funziona. La vera trappola non è il gioco truccato, il gioco è truccato, questo è assodato, la vera trappola è credere che il riconoscerlo risolva qualcosa. Il cinismo è comodo come un divano vecchio: ci si affonda, ci si sta benissimo, e nel frattempo non si va da nessuna parte. Trasformare la lucidità sull'ingiustizia in identità è l'errore più diffuso tra le persone intelligenti, perché dà la sensazione del pensiero critico senza nessuno dei suoi costi.

La frase che mi ha fermato alle undici di sera non era una consolazione né una resa. Era qualcosa di più preciso: una descrizione. Esistere è questo, con tutta la crudezza del verbo essere che non ammette sconti. E dentro quella descrizione c'è, nascosto, un margine di scelta che resta: non su cosa ci è stato dato, ma su come ci si sta dentro. Con quale sguardo si giocano le carte che non si sono scelte.

Non è molto. Ma è l'unica parte che è davvero nostra.



* Ontologica: dal greco "ontos", essere. Ovvero: la filosofia aveva bisogno di una parola complicata per dire che esistere è già di per sé un problema.

Valutazione: 0 stelle
0 voti