L'inno Svizzero o l'inno dell'arte di rispettare ciò che non si conosce

Proviamo a immaginare un esperimento crudele: durante una partita della Nazionale, a un certo punto, l'audio si spegne e a settantamila persone viene chiesto di continuare da sole, a cappella, l'inno che stavano cantando con tanta convinzione fino a un secondo prima. Non servirebbe un sondaggio per capire come andrebbe a finire, ma basterebbe guardare le facce. Qualcuno mimerebbe le prime due parole con l'aria di chi sta bluffando a poker, qualcun altro si limiterebbe a muovere le labbra con lo sguardo fisso altrove, e la maggioranza, con ammirevole onestà, aspetterebbe semplicemente che la musica tornasse a coprire il silenzio imbarazzante. È un dettaglio buffo, se ci si pensa: sappiamo a memoria ritornelli che avevamo giurato di dimenticare entro l'estate, ricordiamo gli slogan pubblicitari di prodotti che non esistono più, eppure il simbolo musicale ufficiale della nazione in cui viviamo resta, per la maggior parte di noi, un mistero rispettato ma non frequentato... un po' come quel parente lontano di cui si conosce l'esistenza, ma non il volto.

Quando la Svizzera cantava a nome altrui

C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui la Svizzera non aveva un inno proprio, e si accontentava di intonare "Rufst du, mein Vaterland" sulla stessa melodia di "God Save the King" ...la stessa, identica, nota per nota, di quella che gli inglesi cantavano per il loro sovrano. Il risultato, negli incontri internazionali, doveva avere una comicità involontaria piuttosto notevole: parte la musica, gli inglesi si alzano compunti, e con loro, per pura coincidenza armonica, si alza anche una delegazione elvetica che sta in realtà celebrando tutt'altro. È la versione diplomatica di due invitati che si presentano a un matrimonio con lo stesso abito: nessuno dei due ha copiato l'altro apposta, ma l'effetto resta quello di un'identità presa in prestito, indossata per abitudine più che per convinzione e forse fu proprio l'imbarazzo di quella coincidenza a convincere qualcuno che fosse ora di trovarsi una voce propria.

Un salmo composto con tutta calma

Quella voce arrivò nel 1841, quando il monaco cistercense Alberich Zwyssig mise in musica un testo del poeta Leonhard Widmer, riadattando peraltro una melodia religiosa già esistente, il che rende il Salmo Svizzero, tecnicamente, un remix ante litteram. La parte più rivelatrice della storia, però, non è la composizione: è il tempo che ci è voluto perché diventasse ufficiale. Conosciuto e cantato fin dall'Ottocento, il Salmo Svizzero è stato riconosciuto come inno nazionale provvisorio solo nel 1961, e in via definitiva addirittura nel 1981  cioè centoquarant'anni dopo essere stato scritto. Per un Paese che ha fondato la propria identità internazionale sulla puntualità degli orologi e dei treni, è un paradosso quasi delizioso: quando si è trattato di darsi un'anima musicale ufficiale, la stessa nazione ha scoperto di avere tutto il tempo del mondo.

Un inno che non minaccia nessuno

Se si scorrono gli inni nazionali del pianeta, si nota in fretta un tratto comune: eserciti che marciano, battaglie vinte, bandiere issate su campi di battaglia, nemici sconfitti con dovuto trionfalismo. Quello svizzero, con una scelta che oggi definiremmo quasi controcorrente, evita accuratamente ogni riferimento militare per parlare invece di montagne illuminate dall'alba, di luce, di silenzio, di una presenza divina percepita più che dichiarata. Non è un canto di battaglia: è, semmai, una preghiera laica travestita da inno civile. E non è nemmeno l'unico caso in cui la Svizzera è stata scelta come terreno per qualcosa che aveva bisogno, più che di un esercito, di silenzio e di neutralità: a Dornach, vicino Basilea, sorge il Goetheanum, sede mondiale della Società Antroposofica fondata da Rudolf Steiner, che non scelse la Svizzera per aprirvi la sua prima scuola (quella nacque a Stoccarda, per i figli degli operai di una fabbrica, in un contesto assai meno spirituale di quanto il nome "Waldorf" lasci oggi immaginare) ma per dare un indirizzo permanente al proprio movimento, una volta arrivato il momento di trovarne uno. Segno che persino l'antroposofia, quando ha dovuto scegliersi una sede stabile, ha finito per fidarsi della stessa neutralità su cui mezzo mondo continua a depositare i propri conti. E viene da chiedersi se non sia proprio questo il tratto più rivelatore del carattere nazionale che l'inno pretende di rappresentare un Paese che, invece di raccontarsi attraverso le vittorie riportate sugli altri, preferisce raccontarsi attraverso il paesaggio che lo circonda, come se l'identità fosse questione di geografia più che di storia.

Quattro lingue per una sola incertezza

Coerente con la propria vocazione multiculturale, il Salmo Svizzero esiste in quattro versioni ufficiali: tedesco, francese, italiano, romancio  e nessuna di queste è una semplice traduzione dell'altra. Ogni testo è stato adattato per mantenere musicalità e significato, il che significa, detto senza troppi giri di parole, che i quattro popoli linguistici del Paese cantano concetti affini ma non identici, uniti dalla stessa melodia più che dalle stesse parole. È una metafora fin troppo perfetta per essere casuale: la Svizzera che si tiene insieme non attraverso l'uniformità, ma attraverso un accordo tacito su ciò che conta davvero cantare insieme, lasciando che i dettagli, le parole esatte e le sfumature restino negoziabili.

Cambiarlo, o lasciarlo intatto proprio perché è scomodo

Negli ultimi anni non è mancato chi ha proposto di sostituire il testo religioso con parole più laiche, più aderenti ai valori della Costituzione federale che alle montagne illuminate da una luce divina. La proposta ha diviso l'opinione pubblica lungo una linea piuttosto prevedibile: da una parte chi crede che i simboli debbano evolversi insieme alla società che rappresentano, dall'altra chi sostiene che sia proprio la loro resistenza al cambiamento a renderli simboli, e non semplici canzoni. È una discussione che vale la pena portarsi dietro anche fuori dal contesto svizzero: un simbolo nazionale serve a fotografare chi siamo oggi, o a ricordarci, anche scomodamente, da dove veniamo? Non è detto che le due funzioni coincidano, ed è probabile che la tentazione di farle coincidere sia proprio il motivo per cui certe discussioni non si chiudono mai davvero.

Una chiusura, non una morale

Si potrebbe concludere dicendo che dovremmo tutti sforzarci di imparare la prima strofa del Salmo Svizzero, per riscoprire un pezzo di identità che abbiamo trascurato. Sarebbe una chiusura rassicurante, e per questo probabilmente falsa. Più onesto è ammettere che conosciamo con precisione chirurgica il prezzo della benzina, gli orari del prossimo treno, le date esatte dei saldi stagionali — e che ignoriamo allegramente le parole del canto che dovrebbe rappresentarci, senza che questo ci tolga il sonno. Forse non è distrazione. Forse è la forma più pragmatica di rispetto che un popolo pragmatico sappia concedere ai propri simboli: onorarli lasciandoli intatti, non maneggiandoli troppo, un po' come si fa con gli oggetti di famiglia troppo preziosi per essere usati tutti i giorni. Non sapremmo dire se sia devozione o semplice pigrizia. Ed è forse proprio in quella incertezza, più che nelle montagne o nella luce dell'alba, che si nasconde il vero carattere nazionale.